Oscar Wilde e Dorian Gray, una vita al limite


Giovane per sempre, bello e dannato.
Parlo di “Dorian Gray”, il film con Ben Barnes che ho visto assieme ai miei vicini di casa.
La pellicola è senza dubbio meritevole tanto per le sceneggiature che per la bravura di tutti gli attori, pertanto consiglio di vederla.

L’argomento di questo post però non grava intorno al film, riguarda semmai la discussione nata in merito al libro da cui è stato tratto il film: “Il ritratto di Dorian Gray” di Oscar Wilde.
Unico romanzo dell’autore, ne rispecchia quasi alla perfezione la vita privata.
Dorian e Wilde sono entrambi cresciuti in famiglie anaffettive, sottoposti a continue pressioni sin dalla più tenera infanzia, entrambi omosessuali con problemi di accettazione, entrambi sposati (o quasi, nel caso di Dorian) per copertura, entrambi con tracce evidenti di schizofrenia e depressione, entrambi schiavi del sesso e della droga, entrambi vittima di un tragico destino.
Giusto per capire il controverso rapporto con il suo romanzo, Wilde scrisse in una lettera a Ralph Payne: “Basil Hallward è quello che credo di essere, Henry Wotton è come il mondo mi dipinge e Dorian Gray è quello che mi piacerebbe essere.”

Personalmente apprezzo in generale l’idea del libro, anche se ci sono tre cose che proprio non riesco a digerire.
La prima è l’onnipresenza di Henry Wotton, il vero demonio della storia, colui che corrompe Dorian Gray facendone la sua marionetta e plagiandolo verso quella vita fatta di piacere e decadenza che lui stesso avrebbe voluto vivere alla luce del sole e che invece vive di nascosto, in modo da conservare una facciata perfetta.
Il suo cinismo apparente, in realtà è pura perversione socialmente accettata.
Interessante notare come, alla fine del libro, si appropri del quadro diventando a tutti gli effetti padrone sia della bellezza che della trasgressione morale che tanto predicava (e metteva in atto).

La seconda è la morale inserita da Wilde nella seconda metà del romanzo.
L’opera perde la sua trasgressività e l’originalità che portava con sé, diventando un tortino farcito di morale religiosa nel quale Dorian si pente all’improvviso delle sue malefatte e decide di togliersi la vita autopunendosi dopo una riconciliazione con Dio.
Chi ha letto il libro sa che è praticamente impossibile, vista la spregiudicatezza del protagonista, e che sarebbe stato più coraggioso nonché sensato da parte di Wilde terminare l’opera con la partenza di Dorian che intraprende un viaggio in giro per il mondo.
Fra l’altro non si percepisce nel libro un’esplicita condanna morale da parte di Wilde verso Dorian, anche se si deve assolutamente ricordare cosa pensasse l’autore riguardo l’edonismo in generale, definendolo il morbo supremo che deturpa il genere umano benché poi nelle sue altre opere teatrali e racconti andasse predicando invece che cedere alle tentazioni, cedere alla lussuria e alla bellezza erano il solo modo di vivere una vita degna di essere vissuta.

La terza è il fatto che il romanzo sia stato considerato il manifesto della “vie bohème” , la Bibbia dell’estetismo.
Wilde sosteneva in questo libro di aver seguito il pensiero di Théophile Gautier: art for art’s sake, l’arte per il piacere dell’arte.
In realtà non c’è proprio niente di tutto questo.
Le pagine del romanzo sono il lucido ritratto di una persona schizofrenica e dei suoi deliri (Dorian) e di una persona che si approfitta delle sue debolezze per trarne il massimo vantaggio (Henry).
Se lo avesse analizzato Sigmund Freud, chissà quante cose ci avrebbe trovato!

Cosa concludere, allora?
Libro e film sono bellissimi, ripeto, ma prendo in prestito le parole dei miei amici che al termine della serata hanno detto un bel “peccato, si poteva fare meglio”.


Commenti

Patricia Moll ha detto…
Non ho visto il film ma ho letto il libro.
Sono d'accordo con te Ofelia sul pentimento. Un personaggio così schiavo di se stesso, delle proprie pulsioni e del "demone tentatore" di Dio se ne frega altamente. Dovrebbe fregarsene altamente.
Il suicidio ci potrebbe stare se in un attimo di lucidità si fosse vergognato davanti a sè stesso del patto col diavolo.
La fuga per altri lidi, nottetempo, alla chetichella, sarebbe stata la soluzione migliore. Un posto nuovo, dove nessuno lo conosceva e dove poter ricominciare la sua vita da libertino
Francesca A. Vanni ha detto…
Ciao Ofelia, questo è un bellissimo post su un'opera controversa che amo tantissimo.
Anche io ho sempre pensato che la morale un po' forzata stonasse, ma probabilmente c'entra il fatto che Wilde sperasse in una sorta di redenzione anche per se stesso, cosa che di fatto non è mai avvenuta soprattuttodopo la prigione.
Il film è stato veramente ben girato, diabolico e trasgressivo al pnto giusto.
Un abbraccio!
Lucrezia Ruggeri ha detto…
Ciao Ofelia, come sta la gamba?
Conosco bene questo libro, l'ho letto già due volte, e ogni volta mi lascia sempre più sconcertata soprattutto riguardo l'ambiguità di Wotton.
Mi sono sempre chiesta, infatti, cosa farà lui del quadro dove rimane intrappolata l'anima di Dorian.
Certo è che questo libro ha più livelli di lettura, e il tuo post li tocca tutti.
Un abbraccio!!!

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